Non avrei mai immaginato che sarebbe finita così, con le mani che mi tremavano davanti allo schermo del telefono mentre aspettavo che la roulette smettesse di girare. E pensare che tutto era cominciato per noia, una di quelle sere in cui il divano ti inghiotte e lo scrolling sui social diventa l'unica attività possibile. Lavoro in un'agenzia di comunicazione a Milano, e dopo otto ore passate a scrivere testi per clienti che non sanno cosa vogliono, l'ultima cosa che desideri è uscire. Quella sera, però, la solita routine era ancora più pesante del solito. Forse era la pioggia che batteva contro le finestre, forse la sensazione di aver sprecato l'ennesimo venerdì sera.
Ricordo che stavo guardando un documentario sui meccanismi della fortuna, roba da Discovery Channel che tenevo acceso più come sottofondo che per reale interesse. Parlavano di probabilità, di come il cervello umano non sia cablato per comprendere davvero il caso. E lì, forse per suggestione, forse per quella vocina che ogni tanto ti dice "prova", ho aperto il browser. Non avevo mai giocato d'azzardo online, né dal vivo, se si escludono le occasionali lotterie di Natale con i colleghi. Ma quella sera, in un moto di ribellione contro la piattezza della giornata, ho cercato qualcosa. Ricordo di aver pensato "tanto per vedere", e così sono finito su
https://vavada-play.net/it.html vavada online casino. La grafica era pulita, non volgare come certi siti pieni di lamé e sorrisi finti. Mi sono registrato in pochi secondi, quasi con nonchalance, e ho caricato un importo irrisorio, giusto per rendere la cosa meno astratta: cinquanta euro. Roba da pizza e birra con gli amici.
Ho cominciato con le slot, quelle più semplici, giusto per capire il meccanismo. Perdere qualche euro, riguadagnarlo, perderlo di nuovo. Un'altalena noiosa, un passatempo insomma. Poi, dopo forse mezz'ora, ho cliccato sulla roulette. La roulette europea, con un solo zero. Mi ha sempre affascinato, forse per colpa di quei film in cui il protagonista punta tutto sul nero e vince. Io non avevo nessuna intenzione di puntare tutto, sia chiaro. Seguivo schemi idioti, numeri a caso, date di compleanno. Niente di serio. Ero lì, sul divano, con una birra in mano e il gatto che mi russava accanto, quando è successo.
Avevo deciso di fare una puntata un po' più alta, giusto per spezzare la monotonia dei gettoni da un euro. Ho puntato venti euro sul numero 17. Lo so, è una sciocchezza, è il numero più scontato del mondo. Ma quella sera, per me, rappresentava l'età in cui mi ero sentito più vivo. La pallina ha cominciato a girare, e io l'ho seguita con lo sguardo, senza troppa convinzione. Il rumore del legno che salta tra le caselle è ipnotico, devo ammetterlo. E quando ha cominciato a rallentare, rimbalzando con quell'andatura incerta, ho sentito un tuffo al cuore. Si è fermata. Sul 17. Per un attimo non ho realizzato. Poi ho visto il mio saldo moltiplicarsi e ho sussulto, facendo sobbalzare il gatto che è scappato via indignato. Trentasei volte la posta. Da venti euro a settecentoventi. Non era una cifra che ti cambia la vita, ma per me, in quel momento, era come aver vinto al Superenalotto.
La prima reazione è stata una risata. Una risata incredula, quasi nervosa. Mi sono alzato, ho fatto due passi in cucina, mi sono versato un bicchiere d'acqua. "Caso", ho pensato. "Puro culo". Ma la sensazione era elettrica. La noia era sparita, spazzata via da una scarica di adrenalina pura. E lì ho commesso l'errore classico, quello che raccontano sempre: ho pensato di poter ripetere il miracolo. Ho puntato di nuovo, più grosso, fiducioso. E ho perso. E ancora. In dieci minuti, avevo rimesso via metà della vincita. Allora ho capito. Ho chiuso il gioco, di colpo. Me lo sono imposto. "Basta, staccati, prendi quello che resta e basta".
Sono rimasto lì, al buio, a fissare il numero. Quello che restava erano circa trecento euro, puliti. Una cifra che non mi aspettavo di avere la sera prima. In quel momento ho guardato la scrivania in fondo alla stanza, dove c'era il vecchio portacenere di mio nonno. Un oggetto brutto, di ceramica smaltata verde, con un bordo dorato mezzo scrostato. Lo tenevo lì perché mi ricordava i pomeriggi passati con lui, quando da bambino andavo a trovarlo. Lui ci appoggiava le sue Nazionali, io le caramelle alla menta. Mi ha ricordato una frase che mi diceva sempre: "La fortuna, ragazzo mio, è come il gatto. Se la chiami, scappa. Se fai finta di niente, magari ti viene a cercare". Quella sera, la fortuna mi aveva cercato, e io avevo avuto l'accortezza di non spaventarla.
Con quei soldi, la mattina dopo, ho fatto una cosa che non facevo da anni: ho preso un giorno di ferie, all'improvviso. Sono andato a trovare mia nonna, che vive in provincia. Abbiamo passato il pomeriggio a riordinare il vecchio solaio di casa sua, un posto che non visitavo dall'adolescenza. Tra scatole piene di polvere e mobili rovinati, abbiamo ritrovato vecchie fotografie, i dischi in vinile di mio nonno, la sua vecchia chitarra con una corda rotta. Alla fine della giornata, le ho detto che volevo portare a casa quella chitarra per farla riparare. Lei mi ha sorriso e ha detto: "Lui sarebbe contento".
Sulla strada del ritorno, ripensavo a come tutto era nato. Un clic, una serata noiosa, una vincita su vavada online casino. Un'esperienza nata dal nulla che mi aveva portato a riscoprire un legame, a fare un gesto concreto. È buffo come funziona il caso, a volte. Non è mai solo l'evento in sé, ma la reazione a catena che scatena. Potevo giocarmi tutto come uno stupido, e invece ho chiuso in tempo. E quella scelta mi ha dato la carica per fare qualcosa di bello.
La chitarra è ancora dal liutaio, ma la prossima settimana vado a riprenderla. Non so suonare, ma ho deciso che imparerò. Sarà il mio modo per tenere vivo quel ricordo. E ogni volta che aprirò il caso, magari penserò a quella sera, alla pioggia, al gatto che scappa e alla lezione di mio nonno. La fortuna è un gatto strano. Qualche volta, se stai fermo, ti si accoccola in grembo. Magari ci riproverò a giocare, non lo so. Ma una cosa l'ho capita: il vero colpo di fortuna non è stato vincere dei soldi, ma ricordarmi cosa potevo farci, di veramente importante. E forse, alla fine, è proprio questo che conta.